Enemy: il tema del doppio per un thriller onirico

Uno dei registi più apprezzati del panorama cinematografico americano e il film che gli ha spalancato le porte al grande pubblico: Enemy.

Enemy. Denis Villeneuve è un regista canadese, autore di film come Arrival e Prisoners ed è l’uomo a cui è stato affidato il sequel di Blade Runner. Non proprio un compito all’altezza di qualunque cineasta. Questo vuol dire almeno due cose che, se vogliamo, coincidono: il nostro buon Denis è riuscito ad entrare nelle grazie dei potenti di Hollywood; la sua giovane età (cinquantenne sì, ma all’attivo solo dagli anni Duemila) e il suo talento faranno di lui un protagonista del cinema americano dei prossimi anni, andando ad ereditare il posto dei vari Scorsese, Eastwood e chi più ne ha più ne metta. In Italia il suo nome è circolato pochissimo fino ad oggi, tanto che per vedere Enemy è stato necessario aspettare non il 2013 (anno dell’uscita nelle sale) bensì l’uscita su Sky, pochi mesi fa, anno 2017.

Alter ego

Adam è un uomo dalla vita monotona che passa il suo tempo tra una lezione di storia (è un professore) e qualche momento d’intimità con Mary (la bellissima Mélanie Laurent). Nel frattempo c’è spazio per frequenti sogni, parecchio disturbanti, che si rivelano collegati con ciò che avviene/avverrà. Il caso vuole che, tra i vari test da correggere, un collega gli parli di un film particolarmente interessante in cui, successivamente, scoprirà esserci un attore esteticamente identico a lui. Stesso volto, stessa capigliatura, stessa voce. Una mazzata improvvisa per un uomo dalla vita ordinaria che in modo altrettanto ordinario (guardando un film in poltrona) scopre di avere un alter ego.

Enemy: un attore per due personaggi 

Ciò che resta impresso di questo thriller è la prova davvero convincente di Jake Gyllenhaal, attore che dà vita ad un protagonista che cerca sé stesso, attraverso gesti lenti e gli sguardi tormentati di chi si avvicina sempre di più alla realtà (chi è quest’uomo così uguale a lui?) e allo stesso tempo scivola verso una risposta tutt’altro che chiarificatrice: “Ho commesso un errore, non dovevo incontrarti” dice Adam all’incontro con il suo sosia Anthony.

Ci si impiegherebbe parecchio tempo ad approfondire la teoria di Antonio Costa (La mela di Cezanne e l’accendino di Hitchcock. Il senso delle cose nei film) secondo la quale in ogni film di rilievo c’è un elemento che identifica il film come unico e indimenticabile, una sorta di traccia che rimane nella memoria collettiva. Nel caso di Enemy, parliamo non tanto di un oggetto ma di un animale, un animaletto che per tutti gli aracnofobici, ma non solo, sarà difficile da dimenticare a film concluso. Una figura che torna spesso all’interno del film, nella scena dello strip tease, quella dello skyline di Toronto e quella conclusiva. Un finale, appunto, che è forse l’unica parte in cui lo spettatore può dividersi: osannare la scelta narrativa dei pochi input offerti dal regista, rendendo quell’ultima “onirica” inquadratura portatrice di senso generale del film, oppure chiedersi se non sia un passo falso che rende la pellicola una grande incompiuta. A voi la scelta.

Alberto Mancuso 

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