Jurij Gagarin, coraggio senza frontiere né confini

«La Terra è blu, che meraviglia. È incredibile».

«Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini».

«Sto bruciando, addio compagni».

Sono trascorsi 58 anni, dal giorno in cui un uomo, macché, un ragazzo di due anni più grande di me cambiò la prospettiva di guardare il mondo arrivando a 302 chilometri dalla superficie della Terra.

Jurij Gagarin, l’uomo scelto dalle stelle, il 12 aprile 1961, compie un’orbita ellittica intorno al nostro pianeta a bordo della Vostok, una bestia enorme, prodigio dell’ingegneria aerospaziale sovietica dell’epoca.
È il primo. Gagarin è il primo uomo nello spazio. E il coraggio di questo giovane io penso di non poterlo nemmeno immaginare.

Parlo di coraggio perché poche cose sono andate come previsto. A cominciare da quando Jurij si trovava ancora a terra. Oleg Ivanovsky, capo designer della Vostok, l’uomo che l’aveva progettata, chiude il portellone. È tutto pronto per la partenza. Ehm, quasi: la spia di controllo dell’ermeticità del portellone comincia a suonare, forse non è chiuso bene.

Ah, nessuno all’epoca sa cosa provoca l’assenza di peso al corpo umano.

Come ho detto, ci sono molte cose che variano dalle previsioni: l’orbita compiuta da Gagarin non è quella prevista, il modulo di servizio della Vostok non si stacca nei tempi previsti dal modulo di discesa, la capsula di Gagarin non segue la traiettoria concordata. Jurij (come chiunque altro) non sa come si prospetta il passaggio nell’atmosfera. Vede lo strato termoresistente della capsula scaldarsi fino ad intravedere le fiamme. Il pensiero di star bruciando lo attraversa e Gagarin lo trasmette via radio al centro di controllo. Anche l’atterraggio non va secondo i piani: l’astronauta si espelle dal modulo e atterra paracadutandosi.

E tutto questo per cosa? Per avere la prova empirica che la Terra fosse blu? C’è molto di più, davvero molto di più. E questo plus si riassume nella frase pronunciata da Cooper (Matthew McConaughey) nel film Interstellar:

Oggi, oltre a non essere quasi minimamente interessati alle missioni spaziali (e la prova del 9 è stato il trattamento riservato dai giornali generalisti all’immagine di M87*, relegata nelle ultime pagine e trattata con una superficialità disarmante), siamo anche abituati nel sapere che lassù, a 408 chilometri da noi, 5 o 6 astronauti fanno cose sulla Stazione Spaziale Internazionale. Fanno cose, ma non importa, tanto alla fine non ci cambia nulla. Perché siamo drammaticamente anestetizzati alla meraviglia tecnologica, almeno a quella importante. Per i prodotti della Apple siamo tutti molto attenti.

Gagarin, a 27 anni, ha spostato l’asticella della nostra ambizione. Coraggio e tecnica lo hanno portato ad essere il più alto tra gli umani. Morirà 7 anni più tardi, durante un’esercitazione a bordo di un piccolo caccia.

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