Ottobre 2045: nel libero mercato del lavoro

Lavoro: mercato libero

Il governo ha completato l’ultimo passo verso la liberalizzazione del mercato del lavoro: d’ora in avanti, l’occupazione sarà orientata dal regime di libera concorrenza. 



Ottobre 2045

Da oggi, 27 ottobre 2045, il mercato del lavoro in Italia è libero da ogni ingerenza dello stato. Con la legge approvata ieri dal parlamento, infatti, anche le ultime categorie di lavoratori ancora protette dalla contrattazione collettiva sono state “liberate”. L’iter di questa legge è stato molto travagliato. Le opposizioni hanno lottato fino all’ultimo affinché un livello minimo di tutele rimanesse a garanzia dei lavoratori delle professioni usuranti. Ma alla fine il governo, forte di una maggioranza allargata e poco naturale, l’ha spuntata.

La logica del governo

“È doveroso da parte nostra garantire a tutti la libertà di fare un lavoro oggi, un altro domani e un altro ancora dopodomani”. Così si espresso il Ministro del Lavoro dopo che la legge 421/2045, che porta la sua firma, è stata approvata dal parlamento.  Da ormai diversi anni, la logica diffusa tra alcuni esponenti della classe dirigente rispetto al mercato del lavoro è questa: le libertà sono sacrosante, in ogni ambito della vita. Ogni limite ad esse deve essere eliminato, anche nella scelta del proprio lavoro e dunque, in qualche modo, del proprio destino. È questa la logica che il governo in carica ha fatto propria. 

Per il governo, un mercato del lavoro completamente libero garantisce a tutti infinite opportunità di esprimere al massimo le proprie potenzialità, di mettere in campo le proprie capacità e di farlo per una grande varietà di professioni diverse. Così, ogni lavoratore è libero dalla monotonia del posto fisso, che rimane lo stesso per anni e che logora nel tempo le abilità di cui ognuno è in possesso. La possibilità di cambiare lavoro ogniqualvolta se ne senta il bisogno, invece, garantisce stimoli continui alle capacità di adattamento e di apprendimento, che nell’essere umano non hanno confini. 

La versione della minoranza

C’è una minoranza che contrasta questa logica e cerca di rovesciarla. “Non è un’offerta di nuove opportunità ai lavoratori”, dicono gli oppositori, “ma un grande regalo ai datori di lavoro, che potranno appropriarsi o sbarazzarsi della forza-lavoro a proprio piacimento e in ogni momento”. Un mercato del lavoro completamente libero, secondo chi vi si oppone, sarebbe dunque non una concessione, ma una negazione di libertà. Un ritorno ad un passato anteriore alla conquista di tutti quei diritti sociali che hanno caratterizzato i rapporti di lavoro nel corso del XX e del XXI secolo. 

Una parte consistente della classe politica, sul tema, ha assunto una posizione ambigua. Molti politici alternato parole d’elogio all’azione del governo ad altre di perplessità. Un giorno parlano della liberalizzazione del mercato del lavoro come di un “processo di riforma necessario e positivo, se ben governato”. Un altro giorno lo descrivono come “un’incognita, un processo dagli esiti incerti”. Sull’equilibrio di quest’ambiguità, le varie leggi di riforma del mercato del lavoro hanno superato la prova del voto in parlamento. 

Una discreta esperienza

Come dicevo sopra: con la legge approvata ieri dal parlamento l’ultimo ostacolo al mercato libero è stato eliminato. Si trattava dell’ultima previsione di una contrattazione collettiva, prevista in particolare per i cosiddetti “lavori usuranti”. Proprio per la categoria particolarmente “sensibile” cui era rivolta la tutela, il governo ha dovuto lottare duro contro molti oppositori per riuscire a eliminarla. Oltre che all’opposizione in parlamento, il governo ha dovuto far fronte anche ad una consistente protesta di piazza, che ha visto protagonisti diverse migliaia di cittadini, in diverse città e in vari momenti.

Di tutto il lungo processo di riforma del mercato del lavoro, l’estinzione delle tutele per i lavori usuranti è stato il passaggio che ha maggiormente alimentato le tensioni sociali. Ma la stragrande maggioranza delle categorie di lavoratori si muove in un regime di libero mercato già da diverso tempo. Molti di noi hanno già acquisito una discreta esperienza su cosa significhi essere liberi, per dirla con le parole del Ministro, “di fare un lavoro oggi, un altro domani e un altro ancora dopodomani”. 

Lavoro libero

Io rientro in quelle categorie di lavoratori che già da molto tempo vivono nella condizione di “lavoratori liberi”. Ho quasi 48 anni, ho una laurea in economia e management e nel corso della mia carriera ho svolto diverse mansioni dirigenziali nelle aziende. Oggi sono il sales manager di un’impresa che si occupa di export nel settore vinicolo. Gli affari vanno bene: si sa, all’estero il nostro vino è molto apprezzato. Lavoro in quest’azienda da quasi otto mesi. Da quando la mia categoria, quella dei dirigenti, è sottoposta al regime del mercato libero, ho cambiato 4 datori di lavoro. In quanto tempo? In poco più di 6 anni. Vi posso garantire che non è una media particolarmente alta. 

Stimoli continui

Cosa vi posso dire della mia esperienza lavorativa degli ultimi anni? Beh, ci sono pro e contro. Ciò su cui posso dare ragione al governo è che sì, cambiare lavoro spesso è stimolante e mantiene attivi. Anche se il ruolo rimane quello dirigenziale, in ogni azienda si ha la possibilità di acquisire nuovi segreti della professione, nuovi modi di operare e nuovi approcci ai mercati nei quali si opera. Cambiare spesso colleghi e collaboratori aiuta a migliorare le proprie capacità di adattamento e di organizzazione del lavoro di gruppo. 



Incertezze e pochi progetti

Dall’altro lato, però, c’è una serie di fattori da tenere costantemente sotto controllo se non si vuole crollare. Il problema più grosso con cui si deve convivere è il senso di incertezza. Personalmente, sento questa incertezza come un suggerimento costante che per fare progetti, forse, è meglio aspettare domani. Sì, cambiare è stimolante, ma è meglio tenersi il lavoro attuale. Essere tagliati fuori dal mercato del lavoro è un rischio troppo alto da correre, se non si è costretti a farlo. E poi, ancora, vivo con l’obiettivo costante di non abituarmi mai troppo al mio ambiente di lavoro, di non affezionarmi mai ai miei colleghi. Non sempre è facile. 

Sono un privilegiato

Sia chiaro: le impressioni e le sensazioni che vi ho appena descritto sono quelle di un dirigente. Di una persona in possesso di una laurea, che può vantare una vasta esperienza nel proprio curriculum. E che è in grado di affrontare i momenti di difficoltà perché, in linea di massima, riceve una retribuzione più che dignitosa. In pratica, posso ritenermi un privilegiato: posso permettermi di vivere per qualche tempo senza un lavoro e, in generale, i periodi in cui mi trovo in questa situazione sono più o meno brevi. Per me, il fatto di non godere di tutele sociali non è un grosso problema. Grazie alla mia retribuzione riesco a provvedere a tutte le spese cui devo far fronte. Anche se non esiste più un sistema pensionistico pubblico, posso permettermi di alimentare con costanza il mio fondo pensionistico privato. Forte della mia competenza ed esperienza, molto spesso riesco a ottenere dalle aziende un loro contributo diretto al mio fondo. 

Tra subordinazione e sudditanza

Non è così per tutte le categorie di lavoratori. Anzi, per alcune di queste la “libertà” che per il Ministro è dovere del governo garantire non è propriamente un grande vantaggio. Sto parlando di chi non possiede una laurea. Di chi ha conseguito con fatica il diploma superiore e non ha le carte in regola per svolgere un lavoro qualificato. Ecco, per chi si trova in questa condizione si realizza il paradosso del libero mercato del lavoro: la libertà non è quella del lavoratore, ma quella del datore.

Chi non può giocare a proprio favore le carte della competenza o delle abilità non può permettersi troppi capricci. Il gioco va tutto a favore del datore, che dice al lavoratore “o così, o niente” e questi non può far altro che accettare le condizioni che gli vengono offerte. Non è raro che gli orari offerti dei lavoratori siano al limite dell’accettabile, che le paghe siano ampiamente inadeguate e che tra datore e lavoratore vi sia un rapporto che oscilla tra la subordinazione e la vera e propria sudditanza.



Bontà del datore

L’assenza di tutele sociali ha sui lavoratori non qualificati effetti molto diversi da quelli che ha su quelli come me. Le loro retribuzioni sono molto più contenute, e far fronte a qualsiasi spesa straordinaria, anche se di lieve entità, può diventare un grosso problema. E poi, se io posso permettermi una buona assicurazione sanitaria, molti lavoratori non qualificati faticano persino a ottenerne una che offra garanzie minime. E ancora, i fondi pensionistici fanno il bello e il cattivo tempo e offrono loro condizioni spesso sproporzionate tra contributi versati e entità delle pensioni accumulate. L’eventualità di ottenere ferie pagate dipende esclusivamente dalla bontà del datore, come del resto da essa dipende buona parte della condizione in cui si realizza il rapporto di lavoro del lavoratore non qualificato. 

Un paradosso?

Ecco, in linea di massima, che cos’è il libero mercato del lavoro: un ambiente tutto sommato stimolante e confortevole per chi riesce al meglio a valorizzare le proprie attitudini. Ma è anche un’incognita continua nella continuità di chi non ha molto da offrire se non la propria disponibilità. Un paradosso? 

Rispondi