Io, Aleksy e Satana

La storia di come conobbi Aleksy

Questo è il racconto di come la mia anima è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita (all’inferno).



Il mercoledì mattina alla scuola media di Ponderano, nella classe II B, c’era lezione di religione. All’epoca non avevo nessun dubbio sull’esistenza di Dio, del Diavolo e di altre creature magiche e multiformi, e i miei genitori mi spedivano tutte le settimane in chiesa la domenica a fare presenza, diceva mia zia.

A presidiare queste lezioni, che a pochi secondi dalla campanella d’inizio si tramutavano in violentissimi rave party nel quale, in scala gerarchica, i ripetenti intrattenevano il pubblico di mediocri e secchioni attraverso competizioni come il lancio dell’astuccio fuori dalla finestra o la corsa su banchi, c’era l’inguardabile professoressa Vabbène. Non era il suo vero nome, la iniziammo a chiamare così perché ad ogni parola accompagnava un sonoro: Vabbène?!

Un giorno – il ricordo è ancora ben vivo dentro di me – mandarono il leggendario Don Andrea a farci un discorsetto sulla pericolosità del satanismo e delle pratiche esoteriche. Velista, pilota di Subaru, distributore di ostie la domenica. Nella comunità il parroco era molto rispettato ed era altamente consigliato partecipare almeno ad una delle messe della settimana, pena gli sguardi sprezzanti delle comari e la lapidazione con bestemmie al campo delle bocce il giovedì pomeriggio dopo le 17.

Don Andrea fece alla nostra classe un discorsetto su quanto sia pericoloso il Demonio, capace di influenzare le nostre scelte e cambiare il nostro animo per sempre. Ci parlò poi di quanto i media abbiano complottato per creare una generazione di veri e propri diavoli. Film, videogiochi e soprattutto la musica erano alcuni dei veicoli con cui il verbo di Satana si spargeva nelle orecchie di bamboccioni delle medie come noi. Parlò di musica dark metal, delle feste in cui si attuavano sacrifici umani e di strani cocktail preparati con sangue di capra, vodka e sedano.
Il discorso di Don Andrea non ebbe molta presa, né su di me che ero uno abbastanza impressionabile, né sui miei compagni, che per la maggior parte erano dei veri duri. Ce ne dimenticammo quindi molto in fretta. Se non fosse che, qualche giorno dopo, la professoressa di Lettere Bioglio ci annunciò che avremmo avuto un nuovo compagno, Aleksy. Il biondino dalla testa rapata era piccolo di corporatura e aveva gli occhi perennemente socchiusi che gli davano un’aria misteriosa.

Aleksy parlava male l’italiano, non seguiva mai durante le lezioni e non faceva
nemmeno i compiti, e io, che avevo proprio bisogno di un modello simile, ci feci
subito amicizia.
Un giorno mi invitò a casa sua. Non appena entrai in cortile mi sorpresi per la quantità impressionante di gatti che gironzolavano per il prato, sul tetto, sui balconi, ovunque. E sul lato destro della casa si ergeva un albero completamente spoglio su cui stazionavano in silenzio almeno cento corvacci neri. Aleksy non mi fece fare un giro di benvenuto della casa, mi disse che ai suoi non piaceva che gli sconosciuti ficcassero il naso nelle loro vite. Mi portò subito in camera sua. Un letto spoglio e disfatto, un armadio mezzo vuoto e candele accese sparse un po’ ovunque. Ci sedemmo al
centro della stanza ed ascoltammo insieme uno dei suoi dischi preferiti. Era di un gruppo che io non conoscevo ed ora non ricordo nemmeno, doveva essere ungherese se non sbaglio, ma cantavano in inglese. I pezzi si somigliavano tutti, tra
urla e schiamazzi, ogni tanto un ringraziamento a Satana e alla sua grandezza. Per me era una figata. Avevo sempre sognato di essere un ragazzo problematico e tenebroso.

Passammo tutto il pomeriggio ad ascoltare musica e a chiacchierare, soli, dei suoi neanche l’ombra. Ad un certo punto iniziò a parlarmi della setta che suo papà aveva messo su qui in paese, di sacrifici umani, di vita dopo la morte e di spedizioni notturne al cimitero. Ne rimasi folgorato. Lo pregai con tutto me stesso. Volevo farne parte anche io, volevo vestirmi di nero e spaventare i miei compagni a morte. Pensavo alla loro faccia terrorizzata dal mio pugnale zigzagato. Avevo finalmente la possibilità di vendicarmi di Robi, per quella volta che decise che avevo insultato la sua
non ragazza, non magra. Aleksy alle mie preghiere storse un poco il naso, ma dopo un po’ cedette.

«Va ben, va ben, chiedo a papà mio e fratello»

Il giorno dopo ci incontrammo all’entrata della scuola. Quando mi vide mi chiese subito di seguirlo ai giardinetti vicino alla palestra. Una volta arrivati aprì il suo zainetto e ne estrasse una tunica nera della mia taglia, XXS, una daga Kriss, come quella dei veri pirati della Malesia, e un libro pieno di simboli e disegni scabrosi, i quali mi eccitavano parecchio. «Stasera, prova di sangue. Partiamo alle sei, andiamo a Santuario di Oropa»

Il santuario di Oropa – scoprii dopo – non era la vera meta. Lì vicino c’era una struttura abbandonata che in passato era uno sfarzosissimo centro idroterapico per ricconi. Quel posto era il quartier generale della famiglia di Aleksy, diceva lui.

Ci trovammo alle 18 in piazza e partimmo per il nostro viaggio. Ero un po’ abbattuto dalla distanza e non capivo perché dovessimo farci 15km a piedi.
«Fa parte della prova, amici aspettano là, vogliono fatica. Fatica porta euforia»

Durante il tragitto Aleksy tirò fuori dalla tasca esterna dello zaino una fotografia e me la porse. Quando ci posai gli occhi sopra, sussultai dall’orrore. Era la foto di un pitbull morto mezzo sotterrato. «Mia prova, bella eh?!»

Iniziai ad avere un po’ di timore. Certamente non credevo che un biondino basso e scheletrico potesse essere l’artefice di un delitto a sangue freddo, di un cane, per giunta. Poi era tutto un gioco: ero impressionabile, non un credulone.
Alle 21:46 arrivammo al culmine della salita. Il santuario si stagliava imponente davanti a noi. Faceva freddo e i brividi si facevano strada impavidi tra i giovani peli delle mie braccia. Io mi chiusi la felpa, Aleksy si tolse la sua.

«Ancora non arrivati, di qua»

Oltrepassammo il santuario, a sinistra comparve un sentiero buio, sterrato. Ci entrammo senza riserve. Tutt’intorno c’era l’oscurità. Il cuore stava impazzendo, il sudore mi colava dalla fronte al collo, passando per la lingua che, soddisfatta, lo
trovava salaticcio. Solo lo schermo dei nostri cellulari illuminava la via. Dopo circa un chilometro arrivammo al vecchio stabilimento idroterapeutico. La rete di protezione era tagliata, la oltrepassammo facilmente. Aleksy cominciò ad intonare una delle canzoni del suo gruppo preferito, quello ungherese. Mi sentivo intrappolato, iniziai ad
ansimare.

«Dove vai? Rimani!» Mi intimò Aleksy.

Il suo tono di voce parve cambiato. Ora era minaccioso. Mi prese per il polso e mi lanciò davanti a sé, pungolandomi con il telefonino.
Non si muoveva una foglia, non un filo d’erba. Una bonaccia si abbattè nel giardino della struttura. Il silenzio, in quel momento, divenne terrificante. Mi sentivo svenire, lo desideravo talmente che successe. Mi accasciai poggiando prima la mani a terra, accompagnando il mio esile corpicino, poi la faccia. Aleksy continuava a pungolarmi.

Feci un sogno stranissimo, era un balzo nel passato, ero di nuovo bambino, come si stava bene.
Mi svegliai cullato ancora da quel senso di benessere dei bei sogni. Davanti ai miei occhi tre figure stavano impalate a guardarmi. Tutti e tre indossavano una tunica uguale a quella donatami da Aleksy e mi tendevano la mano. Riconobbi il mio compagno. «Ben sveglio»

Mi tirai su con i gomiti e vidi che, mentre giacevo svenuto, avevano allestito un piccolo falò.

«Prendi coltello e alzati» Mi ordinò Aleksy.

Obbedii senza pensare, decisi di non pensare più, fino a che non mi fu intimato di farlo.

«Pensa una persona che ti vuoi vendicare»

Lo feci, senza fatica, ormai c’ero dentro, tanto valeva andare fino in fondo. Mi accorsi in quel momento che vicino al falò un telo beige copriva qualcosa sul terreno. Uno dei tre sacerdoti del male, il più anziano, che lì per lì pensai essere il padre di Aleksy, alzò di scatto il telo e, da lì sotto, legato ed imbavagliato, con lo sguardo zuppo di sudore, Robi si dimenava sulla terra umida implorante aiuto. Il terrore mi pietrificò, non riuscivo né a respirare, né a muovermi. La figura ancora non identificata delle tre mi si avvicinò, con le mani mi prese le spalle ed iniziò a scuotermi.

«Otu olui, otu olui, otu olui»

Ma io non capivo niente. Pensai all’incredibile coincidenza, a Robi strisciante e implorante, all’ora della mia vendetta, finalmente tra le mie mani. Un turbine di luci colorate e suoni ovattati si fece strada verso di noi, ma la mia crescente furia m’impediva di padroneggiare le basi dell’istinto. Strinsi con forza il Kriss e chiusi gli occhi. Intanto il rumore cresceva, e le luci si facevano sempre più accecanti. Da dietro le palpebre scorgevo colori intermittenti, blu, bianco, rosso.

Alzai la daga verso la luna e preparai il colpo.

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