L’importanza del Silenzio

Zitti tutti

Ci si concentri, si ascolti, si rifletta, si memorizzi, si rispetti. Il passepartout del silenzio e la panacea del baccano.


Edvard Munch, L’urlo, 1893

Quando ho scelto di de-scrivere il silenzio avevo ben in mente la scena di un capolavoro di Lars Von Trier: Melancholia. Mi riferisco ovviamente al finale: musica extradiegetica crescente, i tre personaggi del film siedono su una collina erbosa protetti da una manciata di bastoni di legno eretti a mo di tenda indiana. Nessuno dei tre proferisce sillaba. Aprono la bocca, chiudono gli occhi, piangono. Ma nessuno dei tre emette suono. Sullo sfondo, imponente e ineluttabile, Melancholia. Perché il silenzio è denso, è un fluido che esercita l’effetto Coandă sullo spazio e sul tempo.

Nel film, l’impatto tra i due pianeti non segna solo la fine di tutti e tutto, no. Esiste una simbologia più profonda, ricercata, romantica: quella del bacio. Il bacio tra corpi celesti. Un bacio, il momento di massimo silenzio e al contempo così rumoroso. Un bacio che sancisce la fine e l’inizio di un numero incalcolabile di variabili e possibilità.


Se immagino il silenzio penso all’attesa di quella vecchia che fissa il porto da dieci anni cantata da Murubutu.

Se immagino il silenzio penso alla notte berlinese di Detlef in attesa del cliente narrata da Christiane F.


Ma che cos’è il silenzio? Ecco, è necessario partire da qui per capire di cosa stiamo parlando. Il silenzio non è empirico. È percettivo. Prendete ad esempio il freddo. Il freddo non si misura. Il freddo indica quanto calore non è presente. E così il silenzio, unico fonometro per ponderare l’assenza – e di conseguenza la presenza – di pressione acustica. Si è detto però che si tratta di percezione, e di percezione tratteremo. Adesso chiudete gli occhi, fate un respiro profondo e pensate agli ultimi istanti di silenzio che ricordate. Difficile, vero? È difficile perché siamo soliti accostare il silenzio a circostanze, a opinioni, a immagini figurate e/o concrete, a momenti, a ricordi.

Prendete l’arte. Prendete Edvard Munch e la sua opera più celebre, L’urlo, appunto. Rintracciate adesso nel quadro l’assenza di rumore. Eppure è un quadro, un oggetto che può emettere suoni solo nel caso cadesse a terra dalla parete. Nonostante ciò, i nostri occhi ci suggeriscono delle vibrazioni acustiche a livello sinestetico a causa del soggetto in primo piano, a causa dei tratti cromatici del mare, delle imbarcazioni sullo sfondo, dei passanti. Eppure la figura del dipinto si copre le orecchie con le mani, come ad allontanare un rumore insopportabile. E lo fa – forse – urlando.

«Posa quel telefono e parla con me»

Inconfutabile la parabola negativa che la comunicazione verbale ha percorso con l’avvento delle tecnologie tascabili. Per qualcuno si tratta della fine delle relazioni umane, per altri solo un mutamento di forma. Ebbene sì, perché nonostante l’apparente silenzio, quelle teste chine sui device stanno elaborando informazioni, per lo più di messaggistica. Ma attenzione, non solo quello. La comunicazione di massa digitalizzata all’interno di un telefono gode di un respiro molto più ampio del semplice messaggio. Ciò che accomuna la prassi della dipendenza da smartphone al quadro di Munch è proprio la sinestesia che il silenzio introduce: l’ascolto. Leggiamo post, analizziamo immagini e video, commentiamo, condividiamo, tagghiamo, ci indigniamo, ci innamoriamo, litighiamo. Tutto in un enorme e silenzioso caos binario, CAPS LOCK A PARTE.


Quelle occasioni perse per stare zitti

Capita talvolta di incorrere in discussioni (anche virtuali) in cui sorge spontanea nella nostra mente la frase: cazzo, hai perso un’altra occasione di stare zitto/a e fare una figura migliore. Ciò accade a seconda delle tematiche che reputiamo troppo delicate, troppo soggettive, troppo contestuali, troppo relative. Insomma troppo inesplicabili attraverso il linguaggio verbale. 


In che modo è accettabile il suono delle parole a fronte di tragedie che rimescolano le carte delle coscienze, delle sensibilità, dell’umanità delle persone? Com’è possibile verbalizzare eventi tragici che trascendono la comprensione della nostra specie? Tutto ciò che abbiamo da dare è il nostro silenzio, un dono importante e rappresentativo della nostra volontà di non sfociare nei personalismi ma di rimetterci a ciò che, forse, mai capiremo. 

Come si può esprimere la tragedia di Aylan – e di tutte le altre vittime innocenti – a parole? Come si può pretendere di avere voce in capitolo su argomenti tanto complessi e soggettivi cui non si è interni, quali aborto, eutanasia, preferenze sessuali? Il silenzio è l’unica virtù esprimibile se non si ha un ruolo attivo nella vicenda. Nei limiti della legalità, nessun giudizio deve alzarsi all’infuori degli interessati. Certo è possibile – in certi casi doveroso – approfondire il contesto di tali eventi, ma sempre con la sensibilità di capire che chi è estraneo a certi tipi di fatti non avrà mai una comprensione completa di ciò di cui sta parlando.


L’ingiustizia cambia le cose, forse

A quanto pare, secondo i giudici spagnoli, stuprare in cinque una diciottenne non rappresenta violenza sessuale. È solo un abuso dal momento che la vittima durante la violenza non avrebbe proferito parola. In soldoni, se ti stuprano ma tu non gridi non è stupro poiché il non chiedere aiuto, il terrore di ciò che sta avvenendo, la paura dello stigma sociale (ricordiamo che tra i cinque stupratori vi erano un poliziotto e un militare) confluirebbero in un silenzio assenso.

Ed è proprio per questo motivo che migliaia di persone hanno protestato contro un sistema misogino che fa del silenzio non più rispetto ma condanna.

Dunque ben venga l’ondata di denunce per molestie sessuali scoppiata con il caso Weinstein. Molto meno accettabili i rigurgiti d’odio presenti su social network e televisioni nei confronti di chi si è esposta/o denunciando. Sì, perché millantatori, mitomani e calunnie esistono, sono sempre esistite e sempre saranno presenti, tuttavia esiste un’istituzione proprio ad hoc, si chiama tribunale di giustizia. La veridicità della denuncia passa sempre per la giustizia. Ovviamente resta il dubbio, ma il relativismo totale è causa e conseguenza di cassa di risonanza: si sente e si apprende ciò che si sostiene lasciando invariate le proprie opinioni. Qualcuno potrebbe definirlo analfabetismo funzionale.

Per concludere, stiamo attenti al valore del silenzio perché è un qualcosa che abbiamo a disposizione ma troppo spesso non consideriamo prezioso. Per capirci, consideriamolo come il rame: ci si fanno gli spiccioli, ma è abbastanza lucente da venire rubato spesso.

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