Quando lo smartphone diventa nicotina

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Rinchiusi nella smartphone-zone


smartphone addicted
malati di smartphone

Storia di come lo smartphone è diventato nicotina

Sono le 4:36 di questo 5 aprile 2031. Per molti un giorno come un altro. Riesco ad immaginare quello che faranno anche oggi la maggior parte delle persone con la mia stessa età. Si sveglieranno, già stanchi e di malumore, vestiranno i figli, li porteranno a scuola, andranno al lavoro, fumeranno una sigaretta prima di entrare in ufficio,  berranno molti caffè e navigheranno su internet. Io invece, mentre agli altri rimane ancora qualche ora nel calore delle loro coperte, aspetto che la sveglia suoni, fra esattamente quattro minuti. Anche se in realtà non mi servirebbe perché ho gli occhi già aperti. O sarebbe più giusto dire, non li ho mai chiusi. Mi sono voluta godere la mia ultima notte di libertà. Non ho fatto nulla di straordinario, sia chiaro. Nessuna nottata in giro per locali, nessun saluto d’addio strappalacrime con i miei cari. Solo io, il mio letto, e lo schermo del mio smartphone costantemente acceso.

I quattro minuti passano, anche se in fondo non vorrei. Ma so che sto facendo la cosa giusta. Mi preparo in fretta, prendo la borsa con le poche cose che ho deciso di portare con me e sono già alla porta. Ah, quasi dimenticavo. Prendo il cellulare e lo infilo in tasca. Passaporto alla mano, sono già in un taxi che mi porterà all’aeroporto. Guardo fuori dal finestrino e penso a quanto sia bello vedere il sole sorgere ed i marciapiedi vuoti. Senza corpi ambulanti che camminano con la faccia bassa e le dita che tamburellano silenziosamente. Tanto romanticismo stupisce anche me. In fondo, in un giorno normale io sarei come tutti loro. Ma oggi non è un giorno normale.

Torno alla realtà

Pago il tassista con la carta digitale direttamente dal telefono. So che non dovrei farlo ma questa volta ho una scusa: non ho portato spicci con me. L’aeroporto è pieno di gente, non me l’aspettavo. Non ho molta familiarità con questo luogo. Diamine, avrei dovuto viaggiare di più. Se non avessi speso tutti i soldi guadagnati per l’ultima uscita tecnologica del momento. Quante cose avrei potuto fare in questi anni, vedere posti nuovi, conoscere gente diversa; allora sì che avrei postato cose interessanti sui social.. Mi sto autocommiserando, non va bene. Lo dice anche il mio psicoterapeuta. Ecco, a furia di perdermi tra i miei pensieri sono già nella sala d’attesa dell’aeroporto. Possibile che abbia già passato il check-in? Non mi ricordo nemmeno il controllo della sicurezza. Ma a cosa stavo pensando? Avevo tempo di fumarmi una sigaretta prima di entrare. Cavolo, ne avrei proprio bisogno adesso. E invece mi tocca scegliere. Guardo di fronte a me, ci saranno almeno duecento posti a sedere nella departure lounge, ma sono tutti divisi. A destra c’è l’area separata per i fumatori, a sinistra c’è la zona per i “normali”, senza alcuna dipendenza. Nel mezzo, una cupola di vetro divide quelli come me da tutti gli altri. Ed io non ci penso neanche un secondo, la sigaretta può aspettare. Mi avvicino alla piccola porta in vetro. Il simbolo del telefono ed un cartello con scritto:

SMARTPHONE AREA

Un fumatore accanito lo si riconosce dall’odore di nicotina e tabacco, ma fuori dalla smoking area continua a vivere la sua vita. Di quelli che stanno qui dentro invece, riesco a riconoscere ogni sintomo. La schiena curva, gli occhi piccoli e arrossati, le occhiaie violacee, lo sguardo perso dentro lo schermo. Entro, nessuno alza gli occhi per guardarmi. Mi siedo e tiro fuori il cellulare dalla tasca, è un gesto automatico, non lo devo neanche ordinare al mio cervello. Poi cerco di controllarmi, mi guardo intorno. Quello di fianco a me sta giocando con un app, chissà da quanto tempo. Porgo lo sguardo al di là del vetro che mi separa dal resto del mondo per ricordarmi quante cose mi sto perdendo solo per stare sul mio smartphone. Queste ultime in realtà sono parole del mio psicoterapeuta.

Mister Thoms smartphone
Opera di Mister Thoms

Fuori dallo schermo il mondo è così bello

Fuori dal vetro che separa noi da quelli normali c’è una donna seduta, parla al telefono. Penso che forse anche lei dovrebbe sedersi qui ma poi riaggancia e mette subito il telefono in borsa. Non tentenna neanche un istante, non le viene voglia di guardarlo, vedere le notifiche, o solamente tenerlo in mano. Sembra determinata a non usarlo, sono molto ammirata. Fuori dal vetro le persone parlano, qualcuno addirittura sorride, altri leggono il giornale, è un’altra realtà. E pensare che c’è solo un sottile vetro che ci separa, ci esonera, ci limita. Noi siamo emarginati, confinati nella nostra dipendenza. Costantemente immersi nel mondo di internet grazie allo schermo di vetro che abbiamo a portata di mano. Sempre separati dal mondo reale grazie ad un vetro più grande, che ci delimita ovunque andiamo. E’ il prezzo che dobbiamo pagare per esserci fatti fregare dalle macchine, no? Siamo stati deboli, come dei tossicodipendenti o degli alcolisti. Sto per sbloccare lo schermo del mio smartphone quando un dettaglio attira la mia attenzione. Dentro la bolla di vetro in cui ci siamo volontariamente imprigionati, seduto di fronte a me, un uomo legge un depliant. Riconosco subito di cosa si tratta, è proprio quel depliant. Capisco che anche lui è lì per lo stesso motivo, un po’ spaesato ed insicuro, proprio come me. Anche lui prenderà  l’aereo diretto in America e si presenterà alla clinica che, secondo il piccolo volantino pubblicitario, è la più imponente nel campo. Anche lui cercherà di disintossicarsi dal suo cellulare e sarà spedito in qualche comunità di recupero per smartphone-dipendenti. Sorrido, sblocco il telefono, ma solo per guardare l’ora. Tra poco il mio volo partirà, è giunto il momento di andare. Mi alzo ed esco dalla bolla di vetro, seguita poco dopo anche dall’uomo che va nella mia stessa direzione. E’ proprio vero, fuori dallo schermo il mondo è molto più bello. E noi ce lo siamo persi per così tanto tempo.

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