La solitudine può essere motivo di felicità?

La solitudine può essere un bene

Sentirsi soli può essere motivo di felicità? Ci sono diverse teorie a riguardo.


La solitudine spesso viene associata ad una sensazione di tristezza e di dolore. Un senso di asfissia che avvolge e soffoca. Una condizione generica di malessere. Eppure può essere motivo di felicità? La solitudine è un po’ come tutto, dipende da che lato la si guarda. Può essere la cosa che aspetti di più durante la giornata, oppure la paura più grande. Una prigione mentale da cui non puoi evadere.

In lingua inglese il termine solitudine “Solitude” significa solitudine come scelta di vita, per indicare invece una condizione negativa si fa riferimento a “Loneliness”. Anche in latino lo stesso termine indica uno status momentaneo relativo ad una mancanza temporanea di compagnia e può essere considerata sia come condizione involontaria dell’uomo sia come scelta di vita, come una presa di decisione personale.

In italiano invece non vi è alcuna distinzione. “Solitudine” equivale al sentirsi e all’essere soli. Non esiste altra denotazione. Sarà capitato a chiunque che in una fase della propria vita ci sia sentiti soli. Soli, magari nonostante si fosse circondati da tante persone.

Scegliere di star soli non deve obbligatoriamente essere visto come una prigione dell’uomo ma può anche considerarsi come una liberazione. Come motivo di fuga dalla realtà che ci circonda. Bisogna distinguere le due cose. Scegliere di star soli è ben diverso dal sentirsi soli. Nel primo caso la solitudine può essere necessaria, può rappresentare motivo di felicità, introspezione, di riflessione, creatività. Come esigenza per curarsi di sé, per dedicare del tempo a se stessi. Essere soli è anche liberatorio, rilassante, accomodante. Circondarsi dal proprio essere dovrebbe essere l’unica condizione obbligatoria per l’uomo.

Il modello della discrepanza cognitiva elaborato da Perlman e Peplau è un buon punto di partenza.

In questa teoria si scinde la solitudine come esperienza della stessa dalla condizione effettiva dell’essere soli. Alcuni individui, nonostante siano socialmente isolati per via delle poche interazioni sociali, si sentono comunque soddisfatti. Altri, al contrario, sebbene abbiano una moltitudine di relazioni interpersonali, si sentono insoddisfatti. Da qui, il senso di solitudine. Questo perché l’essere umano sviluppa uno standard interno di comparazione, un modello ideale e mentale con il quale confronta e giudica le proprie relazioni. Se le relazioni personali sono al di sotto dello standard che ci si auto-impone, è molto comune sviluppare un senso di solitudine da cui deriva insoddisfazione. L’insoddisfazione è dovuta da un disequilibrio di quello che si vorrebbe e quello che in realtà si può avere. Non è quindi importante il numero di interazioni sociali, ma che esse rispettino il nostro standard interno.

Bisogna però far fronte anche ad un altro standard. Quello esterno. L’individuo ha una rappresentazione di come desidera essere (sé ideale), di come è nella realtà (sé reale) e di come la società – o la morale – impone che dovrebbe essere (sé normativo). Questa teoria prende il nome di discrepanza del sé ( Self-Discrepancy Theory) di Higgins.

Giacomo Leopardi descriveva invece  la solitudine come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene, stai benissimo, se sei solo e stai male, stai malissimo.

Per il sociologo e psicoanalista Erich Fromm la solitudine non è altro che una condizione che provoca ansia nell’essere umano, dovuta dall’impossibilità di condividere gioie, dolori, emozioni con altri. 

Durkheim ha fatto riferimento alla solitudine parlando di suicidio e di come la solitudine possa essere conseguenza di una mancanza integrazione dell’individuo. Di come una persona poco socievole venga etichettata e stigmatizzata dai gruppi sociali dominanti e come questo provochi, per l’appunto, una discriminazione sociale e automaticamente un isolamento della persona stessa.

 

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