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The Place: Genovese sazia i mostri

Paolo Genovese e i Manicheisti

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Io lo so che il manicheismo non passa mai di moda però vorrei aggiornare il pubblico e la critica cinematografica sul fatto che esista una scala di grigi e un contesto di cui si dovrebbe tener conto.

Partendo da questo presupposto, “The Place” è l’ultima pellicola di Paolo Genovese che ha chiuso il Festival del Cinema di Roma di quest’anno e dalla sua anteprima ogni spettatore, dal più al meno consapevole, si è nascosto nella propria trincea annoverando rispettivamente quanto Genovese sia il regista di cui l’Italia ha bisogno ma che non merita e quanto invece la sua nuova opera sia un’ora e quaranta di boriosità e noia.

Io vorrei puntualizzare come nessuno dei due abbia ragione.


Un Diner Americano nel centro di Roma

The Place” è il nome di un Diner preso a piè pari dall’ immaginario americano; all’ultimo tavolo è seduto perpetuamente un uomo vestito da impiegato, la barba sfatta e gli occhi riempiti da una pesante stanchezza.  Nell’arco della giornata e della notte si siedono di fronte a lui nove diversi personaggi, ognuno con una richiesta; ad ognuno di essi, in cambio della realizzazione del desiderio, l’uomo misterioso richiede la realizzazione di una missione sempre diversa che sceglie da una pesante agenda sempre al suo fianco.

Quindi per salvare vostro figlio da un cancro, uccidereste un’altra bambina a voi sconosciuta?

Per guarire vostro marito dalle pene dell’Alzheimer, posizionereste una bomba in un bar affollato?

Per recuperare la vista, stuprereste una donna?

Genovese non usa certo mezze misure per mettere sul piatto una delle questioni più trattare su ogni mezzo audiovisivo e non solo: quanto siamo disposti a fare del male ad altri per raggiungere i nostri obiettivi?


La vedi la sospensione dell’incredulità distruggersi?

Un passo più lungo della gamba per un regista che fino ad ora si è dilettato soltanto con commedie? Forse e infatti ne risente soprattutto la prima parte del film in cui i dialoghi, colonna portante di tutta la pellicola, sono al limite del telefonato; difetto che in certi momenti diventa così evidente da distruggere la sospensione dell’incredulità dello spettatore che si ritrova a constatare come nessuna delle reazioni dei personaggi risulti veritiera.

Dall’altro lato della medaglia le inquadrature e la fotografia reggono senza sforzo l’intera durata del film che nonostante sia girato in una sola location, non soffre per nulla di mancanza di dinamismo. I dialoghi che all’inizio fanno storcere il naso, nella seconda parte confluiscono in un ritmo più serrato e, in poche battute, i protagonisti riescono a cucire fili di storie secondarie lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore che brama i dettagli all’insorgere di un certo desiderio voyeuristico.

Nonostante i temi assoluti di cui tratta “The Place”, Genovese scampa la retorica perché non si permette nemmeno un giudizio, neanche quando le azioni di alcuni personaggi rasentano l’inumano. Quello che resta da questo turbine di bene e male è la stanchezza dell’uomo cui ingrato compito sembra essere quello di “dar da mangiare ai mostri”.

Quando rispetto alle tipiche produzioni italiane è meglio il filmino della mia recita alle elementari

Una pellicola che ha i suoi difetti ma che nel contempo va analizzata nel panorama di un Cinema Italiano – e soprattutto di una produzione italiana– che ancora non funziona. Questa mia considerazione non vuole essere retorica ma un grido di disagio nel vedere i trailer che il cinema mi ha proposto prima della proiezione di “The Place”: stereotipi su napoletani che rubano, tette al vento senza volto e scorregge.

 

Gemma Pistis

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