Il filo rosso del Festival dell’Esoterismo

Un filo rosso


Si chiama Laila. È bionda, rasata. Ha dei magnetici occhi cerulei. La incontro in biblioteca per caso: è seduta difronte a me. Legge e io la guardo. Sbuffa e io la guardo. Ha un filo rosso intorno al mignolo della mano sinistra. Ci gioca. Fa quel gesto, quel roteare tra le dita i capelli, che molte ragazze fanno per nervosismo o per noia. Ѐ pensierosa. Io la guardo.

Si accorge. «Cos’hai da guardare?» chiede. Ѐ nervosa.

Io non la guardo. Con gli occhi bassi sulla mia pagina rispondo: «Cos’è quel filo? Sono solo curioso».

Sorride, lascia andare via un lungo sospiro. Con il dorso della mano spinge il mio mento verso l’alto e invita gli occhi a seguirlo. «Ѐ una leggenda d’Oriente, te la racconto un’altra volta».

«Va bene» rispondo rubizzo in viso. «Cosa leggi?»

Arriccia la fronte e butta fuori un altro soffio d’aria, come se questa risposta richiedesse un impegno aggiuntivo. C’è un premonitore, un dominatore dei segreti dell’universo intero. Lo chiamano ‘Il Grande Vecchio’. Abita in collina, dicono».

«Gustavo Adolfo Rol!» replico.

«Lo conosci?»

«Non ho avuto l’onore»

Accenna un sorriso. «Tu cosa fai?» chiede mentre chiude di scatto il giornale.

«Una ricerca»

«Cosa fai, nella vita…», ripropone e scuote leggermente il capo.

«Ah, il giornalista!». Vorrei continuare ma mi interrompe.

«Perché non vieni a Torino Esoterica? Ѐ il prossimo weekend».

Credo di avere uno sguardo un po’ perplesso. Lei intanto porta la mano sullo schienale della sedia, fa per tirarla indietro mentre si alza. Io sono ancora lì a fissare quel filo rosso. Afferra il giornale. Faccio in tempo a leggere l’anno: 1990. Sono ancora più perplesso.

«Ci vediamo…» dice.

«Mi chiamo Alessandro!>> la incalzo. «A presto».

Ci vediamo? Non so nemmeno come si chiama. E poi Torino Esoterica? Cerco su Internet. “Spettacoli e letture di carte a cielo aperto come di consueto faranno da cornice a questo incredibile evento culturale e sociale che ha portato l’immagine elegante ed esoterica torinese alle antiche glorie.” Cialtroni, penso. Era davvero carina ma non sono cose per me.

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Ci vado, alla fine ci vado. Ѐ sabato 19 Maggio. Sono le 15.00. Ho lasciato un caffè e tre amici meridionali a chiacchierare dell’addio di Buffon. Nemmeno il tempo di fargli disputare la sua ultima partita con la maglia della Juventus che già girano le prime indiscrezioni sul suo futuro.

Penso che li rivedrò per il calcetto delle 19.00. Passeggio su via Ventimiglia per raggiungere il PalaVela. Ci sono 27 gradi e io vado a sud. Forse preferirei tornare in Salento. Vorrei prendere l’auto per andare in spiaggia.

Una volta ho letto che i luoghi magici, quelle energie misteriose, si raccolgono ad ovest dove il sole va a tramontare e si percepisce la presenza del maligno. Io, invece, vado a sud.

Passeggio e guardo manifesti del PD, residui stracciati di campagna elettorale.

Torino Esoterica? Come se il futuro di Buffon e il tramontare della sinistra non bastassero, come se non ci fossero già abbastanza misteri in questa città.

Arrivo difronte all’ingresso nord. Non c’è nessuno. Avevo letto di code per accedere, di un biglietto. Da quanto so il ricavato va in beneficenza. In realtà, avevo anche letto il programma:

  • SCOPO KARMICO DELL’ANIMA;
  • CONNESSIONE DIRETTA CON IL NOSTRO SPIRITO DIVINO;
  • CANTO MAGICO;
  • IL TAMBURO SCIAMANO PARLA;
  • LA MEDIANITÀ DEI TEMPI MODERNI;

Vabbè. Il cancello è aperto ed è quello da cui sono sempre entrato nel palazzo. Una coppia di ragazzi è con me. Si tengono per mano. Entriamo. C’è un foglio A4 accanto al distributore automatico che recita: CONFERENZE E WORKSHOP – Aula 2 (Sala 1). Devo avere lo stesso sguardo perplesso di qualche giorno fa. Sono qui per lei, penso. Spengo il cervello come atto di ossequio all’ultraterreno e mi lascio trasportare.

Seguo una musica messianica attraverso il corridoio, poi gli spalti. Mi guardo attorno e vedo solo stand di artigianato, tavolini in legno e plastica, fiori e strani aggeggi in ferro. Signore di tutte le età leggono mani e carte come notizie dal mondo. Scendo pochi gradini per raggiungere il parterre, lo spazio che abitualmente ospita la pista di pattinaggio e oggi adibito a fiera. Mi tengo alla balaustra come per non scivolare, ed è lì: non il ghiaccio, non lei, ci sono Fabio, un tamburo e un contrabbasso. Su un cartello poggiato alla custodia dello strumento, tra le monete, leggo: FABIO GIOVANNI DI MAIO. CD OFFERTA LIBERA. PRESTO SARÀ RIVOLUZIONE. Il titolo mi incuriosisce: fa una strana accoppiata con questo evento e soprattutto con quel cognome.


Ѐ un segno, penso. Cara Sinistra questa è più di una indiscrezione. Approfitto di una sedia libera e mi fermo un po’ ad ascoltare.

Non so da dove iniziare a cercarla e un caffè ora servirebbe eccome. Tra bancarelle e tende scovo più di qualche viso interessante. Il mio occhio cade sul bracciale di un uomo robusto, intanto Fabio suona. «Riesce a concentrare la mia energia vitale» spiega a chi chiede a cosa serva. Ѐ un aggrovigliarsi di ferro lucente: mi ricorda un filo rosso intorno al mignolo. Mi ricorda che sono qui per lei.

Mi volto. Fabio ha interrotto, ora sorseggia dell’acqua. Dietro di lui uno striscione espone: Leggere un giornale significa astenersi dal leggere qualcosa che valga la pena. La prima disciplina dell’educazione deve quindi essere di rifiutare risolutamente di nutrire la mente con chiacchiere inscatolate. La conosco questa frase. Ѐ di Aleister Crowley, artista, poeta, mistico britannico. Uno che ha fatto discutere di sé ovunque sia andato. Mi ricorda che sono un giornalista e che, anche se è sabato pomeriggio, fa caldo e Buffon saluta la Juventus, io sono qui per una verità. Senza pregiudizi.

Mi alzo e tiro fuori dalla zaino la videocamera che ho sempre con me. Passeggio verso sud. Osservo, faccio domande, voglio sapere le origini di pratiche e passioni. Frugo tra l’artigianato, tra spille, collane e carte. Qualcuno si lascia registrare, altri sono scettici. Devo avere sempre lo stesso sguardo perplesso. Sono tutti gentili, disponibili, qualcuno un po’ più riservato, qualcuno è un bel cialtrone. Vorrei infilarmi tra le tende e tra le pieghe dei vestiti. Tutti sorridono, io finisco per infilarmi in un’amaca e lasciarmi cullare. Questa tecnica dovrebbe servire a riscoprire il corpo come mezzo per raggiungere il proprio equilibrio mentale. Rientra nelle arti olistiche. Al “risveglio” ancora dondolo. Sto proprio bene.

Mi congedo e faccio pochi passi. Una ragazza recita, consiglia filastrocche medicamentose, ruota un ombrello e fa segno di entrare. Fabio ha ripreso a suonare. Io vorrei una balaustra a cui appoggiarmi: lei è lì, seduta di fronte a me. Mi riconosce e si alza. Ha una rosa che le copre la fronte e due enormi corna ad ornare il capo. Seguo il cuoio dai capelli, lungo il collo, sino al corpetto che le stringe in vita. I piedi sono abbracciati da dei calzari neri e oro. Una gonna verde si abbandona alla gravità. Ѐ alta: non me ne ero accorto. Mi avvicino.

«Salve, sono un giornalista» dico. A entrambi sfugge un sorriso. «Vorrei sapere che legame c’è tra lei e l’esoterismo» proseguo.

Sta al gioco: «Io vivo nel regno della simbologia e dell’arte. Sono qui per parlare di Iatromusica mediterranea. Mi chiamo Anima Vocalia. Tu puoi chiamarmi Laila>>. Finalmente si racconta, penso. Per una settimana ho immaginato i suoi occhi, inventato il suo nome. «Riprendo i segreti del canto degli antichi, estrapolati dagli studi di Demetrio Stratos. Si tratta di una tecnica vocale usata nei canti sciamanici, di guarigione, e vietata dalla Santa Chiesa oltre mille anni fa». Sembra tesa. Prende uno strano strumento di legno ricurvo e lo agita. Ha il suono della sabbia, di onde sul bagnasciuga.

Mi incanto, poi riprendo: «In quanti praticate queste modalità?»

«In Italia sono l’unica» dice. Poi si volta. Accanto a lei è comparso un uomo sulla cinquantina. Ha un ciuffo grigio, un gilet in camoscio e tra le mani un tamburello con la pelle dello stesso colore del gilet. La bacia. Io sorrido, abbasso lo sguardo come volessi tornare sulla pagina di quel libro in biblioteca. Ringrazio e vado via. Tra conferenze, attività ricreative, artisti e amache sono scoccate le 18.00. Ho una partita che mi aspetta e devo andare. Forse avrei dovuto riprenderla, mi dico. Poi passo la mano tra i capelli e la porto sugli occhi a cercare l’uscita come fosse terraferma. La intravedo. Salgo pochi gradini e sono tra gli spalti. Imbocco il corridoio e vedo la biglietteria. Serve mostrare il ticket per uscire. Cavolo, penso, e ora cosa gli dico? Riconosco la coppia con cui sono entrato intenta a spiegare alla sicurezza come il cancello del lato nord fosse aperto. Pochi secondi e sono lì accanto. Mi sporgo.

«Anche io come loro» dico. La ragazza fa cenno di sì con la testa.

«Dovete rientrare?» chiedono.

«No!>>, rispondiamo decisi.

«E allora non importa, andate via!».

Non me lo faccio ripetere due volte. Uscendo dal lato sud, vedo anche gli stand di street food. Non ho fame: vorrei solo il mio caffè. Penso alla frase di Crowley, alle chiacchere inscatolate. Sorrido. Sono contento di essere venuto. Forse per tre ore non sono stato io. Forse per una settimana. Ma ho capito che per dare valore a qualcosa bisogna conoscerlo e soprattutto crederci.

In una cornice di divertimento e relax ho visto gente seguire un bisogno e una passione. Ho visto tante persone ridere e lasciarsi incuriosire. Ho capito l’impegno sociale che c’è dietro: Torino Esoterica con il suo ricavato promuove un progetto interno volto a denunciare la cialtroneria e le truffe che dilagano in questo ambiente. Finanzia uno “sportello donna” e fa chiarezza su un mondo misterioso e pertanto potenzialmente ingannevole. Ho capito quanto sia importante ascoltare e ancor di più chiedere. Mi affianca una signora in bicicletta, guarda verso il Palavela e mi domanda: «Figliolo, che evento è? Si mangia?».

Abbasso la testa, mi accarezzo le dita. Ho un filo rosso intorno al mignolo della mano sinistra. Il mio sguardo è sereno. Alzo gli occhi e rispondo cordiale: «No, mi spiace, qui non si mangia»

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