Cosa sta succedendo in Venezuela?

Oggi parliamo del Venezuela e della crisi economico-umanitaria in cui versa, che, secondo me, meriterebbe molta più risonanza mediatica rispetto a quella che attualmente sta ricevendo. Dunque bando alle ciance ed ecco cosa sta succedendo in Venezuela, spiegato semplicemente.

Per comprendere appieno la tragica situazione attuale, è necessario spostare indietro le lancette dell’orologio fino al 1998, anno in cui Hugo Chavez, un ex ufficiale dell’esercito di stampo marcatamente socialista, consolidò il suo potere politico, ufficializzandolo nell’anno successivo attraverso l’approvazione popolare della nuova costituzione venezuelana. Gli obiettivi primari espressi in quella che possiamo definire tra virgolette “campagna elettorale”, erano la ridistribuzione sociale della ricchezza derivata dalle esportazioni di greggio, la nazionalizzazione delle imprese petrolifere sul territorio e un massiccio intervento di alfabetizzazione al fine di sollevare lo stato di welfare.

Inizialmente, gli effetti positivi di questa nuova linea politica ebbero un forte impatto sulla popolazione: infatti, il tasso di istruzione aumentava parallelamente all’audacia politica del nuovo capo di stato. Ma da lì a pochi anni le scelte economiche nazionaliste incrinarono il sogno di prosperità: di fatto, due delle principali imprese petrolifere estere presenti in Venezuela, la Exxon Mobil e la ConocoPhillipps, chiusero i propri siti di stoccaggio ritirandosi dal paese, seguite poco tempo dopo da altre imprese più piccole. Questo fatto fece aumentare i prezzi di stoccaggio del greggio a carico dello stato che, non potendosi permettere di coprirli totalmente, aumentò il proprio debito estero.

Come se non bastasse, il governo varò la nazionalizzazione anche del settore agricolo attraverso l’imposizione di prezzo alle derrate alimentari facendo così calare la produzione interna e aumentando le importazioni.

Tra il 2001 e il 2002 si susseguirono due grandi scioperi da parte dei lavoratori, il secondo dei quali, avvenuto nell’aprile del 2002 portò addirittura alla chiusura per più di due mesi della compagnia nazionale petrolifera e ben 19’000 licenziamenti. A questo punto, i costi per la crescita del welfare divennero palesemente insostenibili.

Il presidente Chavez venne comunque rieletto per ben tre volte: nel 2004, nel 2006 e infine nel 2012. La causa di queste riconferme popolari può essere letta in molteplici modi: dai presunti brogli elettorali (come sostennero due ricercatori statunitensi: Roberto Rigobòn (MIT) e Ricardo Hausmann (Harvard), alla scelta azzeccata di alfabetizzare la popolazione meno abbiente proprio basandosi sulla nuova costituzione del ’99, o ancora all’irriducibile carisma del capo di stato. Tuttavia, la politica di Chavez terminò poco dopo l’ultima rielezione a causa della morte del presidente per un tumore incurabile.

Dunque nuove elezioni nel 2013. Le vince, tra le contestazioni, Nicolàs Maduro delfino dello stesso Hugo Chavez. La linea economico-politica di Maduro non si distanziò da quella del predecessore, ma inasprì le relazioni con l’opposizione la quale contava la maggioranza dei seggi, ben 109 contro i 55 di Maduro, all’interno del Parlamento unicamerale di Caracas.

 

Il punto critico di svolta negativa per il Venezuela avviene due anni dopo l’elezione di Maduro, quando nel 2015 l’Arabia Saudita decide di abbassare drasticamente il prezzo del petrolio, tagliando di fatto le gambe ai principali competitors e aggiudicandosi saldamente la leadership del mercato dell’oro nero. A questo punto, per tutti gli stati importatori di petrolio conviene molto di più acquistarlo dal mercato estero, alias dagli sceicchi sauditi, rispetto che produrlo autonomamente.

Dunque per il Venezuela la situazione diviene tragica e le scelte economiche di Maduro spezzano il già sottilissimo filo a cui è appesa la spada di Damocle dello stato. Il presidente venezuelano decide infatti di cercare di aumentare l’inflazione stampando nuova moneta e immettendo in modo massiccio liquidità sul mercato. Purtroppo, ci si dimentica che una maggior quantità di denaro non comporta una crescita economica, né produttiva, né occupazionale, né tantomeno di Prodotto Interno Lordo, anzi, il saldo negativo di crescita statale a fine 2015 rasenta il 9%.

Il Venezuela è una polveriera pronta ad esplodere. Nel gennaio del 2016 il Tribunale Supremo di Giustizia dichiara illegale il potere legislativo a causa di brogli avvenuti nell’elezione di alcuni deputati. Ad aprile l’opposizione indìce un referendum per deporre Maduro. Questo tentativo referendario viene bocciato praticamente subito. La popolazione freme affinché la situazione migliori, ma purtroppo il peggio deve ancora arrivare. Negli ultimi mesi del 2016 si registra un ulteriore crollo del prezzo del petrolio: l’inflazione raggiunge il 700% e il bolivar, la valuta nazionale, praticamente è carta straccia. Per arginare la tragedia si susseguono tagli a sanità, provvidenza sociale ed educazione, viene addirittura razionata l’elettricità con uno stop di 4 ore al giorno per quaranta giorni consecutivi, provocando una vera e propria crisi umanitaria, alimentare e sanitaria con un conseguente aumento del mercato nero. Nel corso di tre anni, il Pil del Venezuela è calato del 35,4%.

L’apice della tensione si raggiunge nell’aprile del 2017 quando la Corte Suprema venezuelana, guidata da Maduro, neutralizza i poteri decisionali dell’assemblea legislativa. Nicolàs Maduro è così libero di governare senza il controllo del parlamento. La popolazione insorge e la decisione viene annullata dopo soli tre giorni, ma è già troppo tardi.

La tragica situazione socio-economica e il malcontento alle stelle spingono Julio Borges, un avvocato e politico venezuelano, ad organizzare “la madre di tutte le marce” nella capitale, Caracas. Da quel momento i disordini sono all’ordine del giorno. Maduro reagisce inviando l’esercito per le strade della città. I morti che si contano in seguito agli scontri dopo pochi giorni sono più di trenta. 700 i feriti, 1800 gli arresti.

La popolazione è affamata, i supermercati, come i portafogli della gente, vuoti. Le strade per la vicina Colombia e il Brasile sono un flusso ininterrotto di persone alla ricerca di beni di prima necessità. Due persone su tre consumano un solo pasto al giorno; quasi 30’000 omicidi solo nel 2016.

Maduro ha recentemente convocato l’assemblea costituente del popolo al fine di apportare modifiche alla costituzione vigente. Una svolta in positivo o un ulteriore modo per diminuire il già precario potere del Parlamento?

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